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El hombre invisible: apologia del centrocampista più sottovalutato del mondo

La gloria è una forma d'incomprensione; forse la peggiore
Jorge Luis Borges
Questa è la storia del giocatore che non vede nessuno: el hombre invisible, "il segreto meglio custodito del calcio mondiale" come lo definì Santiago Segurda. Sergio Busquets è da ormai più di 10 anni un titolare inamovibile del Barcellona e della Spagna, eppure sembra che i riflettori non abbiano mai spazio per illuminare questo ragazzone. Il suo allenatore in nazionale Vicente Del Bosque (non esattamente l'ultimo arrivato) dichiarò che se avesse potuto reincarnarsi in qualcuno nel calcio d'oggi sarebbe voluto essere Sergio Busquets, sin duda. L'ex capitano del Real, Sergio Ramos, non ebbe paura di dire che l'unico giocatore che avrebbe voluto rubare al Barça era senza dubbio "Busi", el quitanieves (ovvero, lo spazzaneve). Elogiato da tutti, celebrato da nessuno. I tifosi italiani si ricordano di lui per quella simulazione hitchcockiana contro l'Inter in semifinale di Champions e lo odiano da quel giorno. 

Chi è davvero Sergio Busquets? 

Figlio di Carles Busquets, calciatore del Barça negli anni '90, cresciuto e scartato dalla Masia del Barça fino ai 16 anni, Sergio è cresciuto nella polvere della provincia catalana. Xavi ha detto che Busi era (ed è tutt'ora) il giocatore più di strada del Barça. Sulla maglia ha sempre e solo voluto "Sergio", non voleva esser "il figlio di". Tutto quello che ha conquistato se lo è dovuto sudare: se è vero che "si gioca come si vive", Busquets è uno dei migliori interpreti del globo. Centrocampista centrale alto e secco, con delle gambe lunghissime e non esattamente velocissime, Sergio B. è un pessimo colpitore di testa, ha un baricentro esageratamente alto per essere efficace a contrasto, è lento e fa una fatica immensa a marcare a uomo e difendere la profondità. Non segna mai e dribbla raramente. Ecco, i difetti (lo sono davvero?) dovrebbero esser finiti. Per i pregi temo che servano un bel po' di pagine...

Concentrazione, umiltà, tempismo, calma, semplicità.

Ecco 5 parole per descrivere in brevissimo il calcio di Sergio. Fu lanciato da Guardiola nel Barça B e seguì il maestro anche nella prima squadra. Nel giro di un anno passò dalla terza divisione all'essere titolare e vincitore in finale di Champions League. Da quel momento sono passati tanti giocatori, tanti allenatori e diversi presidenti al Barcellona. Solo due uomini sono rimasti sempre e comunque: il numero 10, Dio reincarnato in un hombre argentino di neanche 170 cm che ogni giorno riscrive i libri di storia del calcio, e il numero 5, Sergio Busquets. Le due stelle del Barcellona sono simili ma clamorosamente diverse: umili, schive, poco social; uno illumina pianeti e galassie mentre l'altro ha capito sin da subito che per stare a quei livelli doveva essere un buco nero: invisibile, magnetico, nascosto ma onnipresente, centrale.

Sergio comprende problemi e porta soluzioni
Pep Guardiola

Il lavoro del mediano è molto delicato, figuriamoci se stai giocando nel Barcellona e hai alla tua sinistra Andres Iniesta e alla tua destra Xavi Hernandez. Sergio Busquets è diventato inamovibile perché è riuscito a completare questi due mostri sacri, a semplificare la vita dei difensori e ad avere una comprensione e lettura delle situazioni di gioco seconda a nessuno. In ogni momento della partita il catalano muove continuamente la testa: destra, sinistra, ancora destra, un'occhiata dietro e un'altra a sinistra. Ogni momento deve sapere dove sono i suoi compagni, dove sono gli avversari e vedere quali spazi sono liberi e quali non lo sono, quali sono utilizzabili e quali no. Il cervello di Sergio è un motore continuo, calcola rischi e remunerazioni di continuo, passa al vaglio ogni opzione possibile e, di solito, seleziona la migliore. Per fare tutto questo nel giro di pochissimi millisecondi serve grande concentrazione, ottima velocità di pensiero e superba attenzione.

Erano incredibili, anche io mi chiedo perché non sbagliavano mai uno stop. Il buono di questi giocatori è che venivano pressati ma non si sentivano mai pressati. Sapevano perfettamente cosa fare. A volte non si deve giocare uno-due tocchi ma anche quattro-cinque. La giocata ti dice quanti tocchi devi fare.

Pep Guardiola parlando dei centrocampisti del Barça

Tecnica. Alla base del calcio c'è sempre e comunque la tecnica. Stoppare il pallone nel modo e nei tempi giusti, passarlo con il giusto mix di velocità e precisione. Il calcio sta tutto qui. L'aspetto che personalmente più mi impressiona di Sergio Busquets è l'utilizzo del corpo. Nonostante i 189 cm si muove con l'agilità di uno che non sa di essere il giocatore più alto praticamente ogni domenica. Orientare bene il corpo per la ricezione è un'arte e Sergio Busquets è Picasso. Sa di non doversi precludere nessuna possibile linea di passaggio e perciò non dà mai le spalle al campo, cerca di avere più compagni possibili nel campo visivo e muove la testa per capire dove sono e come si muovono quelli che non riuscirà a vedere nel momento della ricezione. Questa abilità aliena gli permette di essere imprevedibile, di fare sempre la giocata giusta e di perdere pochissimi palloni. Ricevo bene, stoppo meglio, gioco da manuale. Così facile da dire e così difficile da fare, la giocata semplice è un tratto distintivo e purtroppo (per molti) invisibile. Busquets sa di non avere il lancio più preciso del mondo e di non potersi permettere troppe giocate rischiose ma il suo ruolo di facilitatore, di pared (parete) nelle triangolazioni è tutto ciò di cui il sistema Barcellona ha bisogno per respirare. Fa sembrare facile giocate difficili e raramente sbaglia: secondo whoscored.com ha una precisione nei passaggi del 91,5% in carriera. ¡Locura, Sergio!

Postura aperta, vede 7 compagni su 9 (non contando il portiere e sé stesso), legge la posizione degli avversari e sceglie la giocata migliore, in questo caso anche la più difficile. Tecnica e tempismo.

Tempismo. Ecco un'altra parola chiave quando si parla di el quitanieves. Ricevere, stoppare e giocare bene la palla è inutile se non lo si esegue coi tempi giusti. L'immagine sopra può tornare ancora utile per spiegare questo concetto: Jorginho, mediano dell'Italia, muove le spalle e si prepara ad uscire su Pedri, convinto che la linea di passaggio per Dani Olmo sia chiusa da Insigne e Barella. Sergio Busquets vede, annota e provvede. Nel momento in cui Jorginho si muove in avanti, il mediano spagnolo effettua il passaggio progressivo a Dani Olmo. Batte una linea di pressione dell'Italia, porta il pallone nella zona 14 e obbliga la difesa dell'Italia a reagire velocemente. Abbinate al tempismo una calma illogica e rassicurante, onnipresente e contagiosa: capite perché possono uscire tutti tranne Busquets? Tutto grazie al tempismo. Il tempo di gioco è invisibile e forse incalcolabile, ma è fondamentale. Questa frase descrive davvero il tempo di gioco o sta forse parlando di Busi?

Se io devo difendere questa stanza da solo, sono un disastro, tutti entrano da tutte le parti; se invece io devo difendere solo questa sedia, allora sono il migliore

Johan Cruijff

Mi pare doveroso anche anche fare un accenno alla fase di non possesso palla. Questa frase del maestro Cruijff calza a pennello quando si parla di Sergio B.
Il suo lavoro "sporco" è molto prezioso per mantenere l'equilibrio necessario. Soffre i grandi spazi e perciò deve essere messo in condizione di proteggere una piccola porzione di campo, la famosa sedia di Cruijff. E nel proteggere quella sedia ce ne sono pochi meglio di lui. E' uno dei migliori giocatori della Liga per passaggi intercettati ma le sue abilità vengono, ancora una volta, offese dai numeri. Il suo compito principale è schermare gli attaccanti avversari, in modo che non possano smarcarsi davanti ai difensori e ricevere palla incontro ma sono obbligati ad attaccare la profondità. Queste "semplici" letture rallentano la progressione dell'azione avversaria e permettono al Barça di ricompattarsi e andare ad alzare il baricentro per riconquistare palla. Non lasciando soluzioni corte a chiunque passi nella sua zona, è difficile vedere il Barcellona schiacciato nella sua metà campo. Tutto grazie all'hombre invisible.

Nessuno sforzo creativo. Quando lui brilla, il sistema sfiorisce. Quando lui non si vede, tutto va come deve andare. Nessuno è stato in grado di rinunciare a lui, tanto al Barça quanto in nazionale. Umile ma provocatore, intelligente ma furbo, lento ma velocissimo: la miglior contraddizione che si sia vista negli ultimi anni nel calcio. 8 campionati spagnoli, 7 coppe, 3 Champions, 3 supercoppe europee, mondiale del 2010 ed europeo del 2012: uno dei più grandi palmares della storia del calcio.

Oggi Sergio Busquets compie 33 anni e non posso fare a meno di augurarmi che il ritiro arrivi il più tardi possibile. Non vedo l'ora di vederlo in panchina, dove l'intelligenza guiderà sempre e comunque questo splendido e sottovalutato calciatore. Chissà se mai lo vedremo giocare altrove... lui disse che solo due persone potrebbero convincerlo a lasciare la sua Catalogna e il suo Barça: la sua ragazza (ora diventata moglie) e Pep. Nel frattempo godiamocelo perché non credo che l'universo ci regali a breve un altro, immenso Sergio Busquets.

¡Moltes felicitats maestro!

Se si guarda una partita, Busquets quasi non si vede. Ma se si guarda Busquets si vede il calcio nella sua totalità

Vicente Del Bosque

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